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Principato di Lucedio: la storia, il riso

Il principato di Lucedio e il riso Principato di Lucedio hanno alle spalle secoli di storia e si trovano in un contesto geografico, quello piemontese e in particolare vercellese, noto per la produzione del riso.

Inizialmente abbazia, Lucedio fu in seguito secolarizzato. Passò sotto la dominazione francese, e fu poi proprietà del principe Borghese.
Nel 1937 il conte Cavalli di Olivola riacquistò la proprietà. La figlia, la contessa Rosetta Clara Cavalli d’Olivola Salvadori di Wiesenhoff, è l’attuale proprietaria.

Oggi Principato di Lucedio è un’azienda che occupa oltre 500 ettari, e produce, con sistemi a basso impatto ambientale, il riso Principato di Lucedio. Fra le varietà di riso coltivate troviamo il Carnaroli e l’Arborio, ottimi per il risotto, il Venere e il Selenio, utilizzato per preparare il Sushi.

in questo articolo vedremo:

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La storia di Lucedio: dall'abbazia di Lucedio al principato di Lucedio

La storia del principato di Lucedio comincia secoli fa. Esso fu inizialmente un’abbazia, l’abbazia di Lucedio, per poi essere secolarizzato e, attraverso varie vicissitudini, divenire principato, il principato di Lucedio appunto.

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L’abbazia di Lucedio

Risalendo indietro nel tempo, nella storia del principato di Lucedio, troviamo un atto del 1126. L’atto testimonia che Ranieri marchese di Monferrato, con i cugini Ardizzone e Bernardo, donò alcuni beni, tra cui l’area su cui sorge il cenobio, al “Monasterio Sanctae Dei Genitricis et Virginis Mariae sito in loco Lucedii […]". Furono gli stessi marchesi a concedere l’uso del legname per la costruzione del monastero, e alcuni membri della famiglia furono sepolti a Lucedio.

Grazie a importanti donazioni nell’area del vercellese e anche in territori più lontani, come il Pavese, l’Eporediese, il Torinese e la Valle di Susa, il monastero acquisì una posizione rilevante. La seconda metà del Trecento fu probabilmente, come per altre realtà monastiche, un periodo di crisi per Lucedio. Nel 1457 papa Callisto III istituì la commenda e Lucedio acquisito dignità di sede parrocchiale. Tra l’abate claustrale, alla guida del monastero, e l’abate commendatario, spesso non residente, vi furono frequenti episodi di conflittualità. I marchesi di Monferrato mantennero il patronato sull’abbazia fino al 1707, anche se la commenda fu detenuta anche da altre famiglie.

Il Cinquecento, per quello che ora si chiama principato di Lucedio e che allora era un’abbazia, non fu un periodo rigoglioso per l’abbazia. Leandro Alberti, nella “Descrittione di tutta Italia" scrive: “… S. Maria di Locedo, già nobile monastero, da i Marchesi di Monferrato fabricato. Ove solevano dimorare molti monachi per servitio d’Iddio, ma hora vi habitano pochi, et mercenari per essere in comenda, la sontuosità de gli antichi edifici fanno fede di quanta veneratione fosse, che di mano in mano roinano" (ALBERTI 1568, II, f. 453)

Nel 1607 papa Paolo V cercò di dare maggiore protezione all’abbazia aggregandola alla Provincia Lombarda della Congregazione Cistercense di San Bernardo, ma il provvedimento fu scarsamente efficace.

Nel 1631 tutto il comprensorio abbaziale entrò a far parte Provincia di Trino, scorporata dal ducato di Monferrato e appena istituita, e passò sotto il controllo dei duchi di Savoia. Alla fine del Seicento i monaci erano soltanto dieci.

Un altro momento importante per la storia del principato di Lucedio: la secolarizzazione dell’Abbazia di Lucedio

Verso la fine del Settecento quello che ora si chiama principato di Lucedio smise di essere un’abbazia. Nel 1784, infatti, la realtà di Lucedio fu secolarizzata. Con la secolarizzazione, i beni furono dati in commenda all’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro – commenda che per accordo fra Vittorio Amedeo III e papa Pio VI, fu conferita al duca d’Aosta, futuro Vittorio Emanuele I -, tranne la grangia di Lucedio, che restò alla comunità monastica fino al 1776, anno in cui essa cedette il sito all’Ordine Mauriziano dietro corresponsione di una rendita annua di L. 16.000. Nel medesimo anno i monaci furono trasferiti a Castelnuovo Scrivia, nel collegio vacante dei Gesuiti.

Contese nella storia del principato di Lucedio. Lucedio, la dominazione francese e il principe Borghese

Nel 1800 la storia di quello che oggi porta il nome di principato di Lucedio fu una storia di contese, anche forti. Con la dominazione francese, l’ex abbazia e i suoi beni – tranne i possedimenti di Gazzo e Pobietto, che rimasero di proprietà dell’Ordine Mauriziano sino al 1854 – furono confiscati e divennero parte dei Beni Demaniali dello Stato; passò poi al Senato Conservatore e quindi alla Cassa di Ammortamento. Intanto, Lucedio fu dato in affitto: con del 26 nevoso IX (16 gennaio 1801) il Demanio concesse la tenuta in affitto alla Società Camosso & C. fino al 1806; allo scadere, essa fu data in affitto a una società, diretta da Luigi Festa, di proprietà di Giuseppe Gattinara e Marco Antonio Olivero.

Con decreto imperiale napoleonico del 27 settembre 1807 l’intera tenuta di Lucedio, insieme a 3 milioni in contanti 300.000 franchi di rendita, divenne di proprietà del cognato di Napoleone, il principe Camillo Borghese, come indennizzo per un quarto della collezione d’arte conservata a Villa Borghese a Roma, che fu trasportata al Louvre. Stando a quanto riportato in un documento del 1814 – il Compendio, ad opera di Benedetto Brunati, ingegnere regio, sulla storia di Lucedio dalla soppressione dell’ente monastico sino all’immissione in possesso del principe Borghese – la nuova proprietà migliorò lo stato della tenuta, sebbene le condizioni di vita degli abitanti restassero decisamente difficili: i gelidi inverni, l’acqua delle risaie, il tipo di lavoro e il cattivo nutrimento dei coloni causavano malaria e tubercolosi.

Lucedio dalla Restaurazione ai nostri giorni e il Principato di Lucedio

Con la Restaurazione, il governo sabaudo, il 30 giugno 1815, non riconoscendo i diritti del principe Borghese, mise sotto sequestro la tenuta; il principe Borghese, attraverso il segretario di Stato pontificio, espose reclamo. Vittorio Emanuele si oppose attraverso propri avvocati, ma la sentenza arbitrale diede ragione al Borghese per il fatto che la cessione era avvenuta a titolo oneroso. Da parte dei Savoia iniziarono trattative finalizzate a ottenere Lucedio a fronte di un’offerta pecuniaria. Il Borghese però chiese che anzitutto fosse tolto il sequestro dei beni e, dopo circa un anno e mezzo dal sequestro, tornò in possesso di Lucedio.

Il Borghese, che intendeva gestire la tenuta attraverso il proprio amministratore, cav. Evasio Gozzani di San Giorgio, e che intanto non trovava un accordo economico soddisfacente per la vendita, nel 1818 vendette ad una società composta dai marchesi Michele Benso di Cavour (già amministratore di Lucedio per conto del Borghese) e Carlo Giovanni Gozzani di San Giorgio e da Luigi Festa.

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I tre acquirenti di Lucedio, la cui superficie superava i 3.000 ettari ed era divisa in sette ‘grange’ o tenute principali – Lucedio, Montarucco, Leri, Castelmerlino, Darola, Montarolo e Ramezzana, oltre a cinque cascine dipendenti – divennero proprietari il 1° dicembre 1818, con atto stipulato a Torino dal notaio Felice Ferreri. La proprietà era per 12/24 del marchese Gozzani, per 6/24 del marchese di Cavour e per 6/24 di Luigi Festa. Nel 1821 il fondo fu diviso fra gli acquirenti, e al marchese Gozzani furono assegnati, mediante estrazione a sorte, due lotti di cui uno comprendente la grangia di Lucedio.

Qualche anno dopo la società si sciolse. Il marchese Gozzani di San Giorgio lasciò poi la grangia di Lucedio e Montarolo in eredità al nipote Felice Carlo che, nel 1861, per debiti di gioco cedette la proprietà al genovese Raffaele de Ferrari, duca di Galliera. Con regio decreto del 1875, Vittorio Emanuele II insignì il duca del titolo di principe per i servizi resi alla patria, ed il figlio del duca De Ferrari rinunciò al titolo e donò la proprietà al cugino, il marchese Andrea Carrega Bertolini, cui il re concesse di portare il titolo di principe di Lucedio. L’attuale denominazione di ‘Principato di Lucedio’, che appare tuttora sul portale d’ingresso della tenuta, deriva dagli avvenimenti di questo periodo.
A Genova, si trovano riferimenti alla proprietà di ques’epoca nei nomi delle stazioni ferroviarie: la stazione ‘Principe’ si chiama per esteso ‘Principe di Lucedio’, e Brignole è cognome della moglie di Raffaele De Ferrari, Maria Brigole Sale. Nel 1937 il conte Cavalli di Olivola, discendente di una figlia di Felice Carlo Gozzani, riacquistò la proprietà. La figlia, la contessa Rosetta Clara Cavalli d’Olivola Salvadori di Wiesenhoff, è l’attuale proprietaria.

Le grange

I monaci cistercensi interpretavano la regola benedettina dando notevole importanza al lavoro, e preferivano mantenere direttamente la gestione dei terreni via via sottratti a foreste e paludi. Essi realizzarono ‘grange’, costruzioni che inizialmente dovevano essere destinate quasi solo a riporre granaglie – dal latino ‘granica’, ‘deposito di grano’, deriva ‘Grangia’ – e che poi divenero maggiormente articolate, attrezzate anche con stalle, abitazioni per ospitare i conversi, i pastori e i braccianti: – Le attuali strutture delle grange sono state ampiamente modificate: alcune presentano chiesette di epoca barocca, e molte sono state ristrutturate e modificate fra Ottocento e Novecento.

Il territorio del principato di Lucedio: il Piemonte e il riso

La diffusione della coltivazione del riso

Il Piemonte, regione in cui si trova il principato di Lucedio, la coltivazione del riso si diffuse anche grazie ad opere di canalizzazione idraulica, come il Naviglio d’Ivrea e il Canale del Rotto, fatto costruire al principio del XV secolo dai marchesi del Monferrato, che dirottavano dalla Dora Baltea l’acqua necessaria all’allagamento delle risaie. Nel 1635, monsignor Francesco Agostino della Chiesa, nella sua “Relazione sullo stato presente del Piemonte", mette in luce la vocazione risicola del territorio vercellese e nel 1710, nel Piemonte di Vittorio Amedeo II, il 9% del territorio di pianura è coltivato a riso; la percentuale aumenta durante il XVIII e il XIX secolo.

Durante l’Ottocento il riso piemontese e più in generale il riso italiano diventarono prodotto d’esportazione, molto richiesto da francesi, svizzeri, tedeschi e austriaci, e la produzione aumentò anche grazie alla costruzione del canale Cavour.

In Piemonte, nel 1959 il riso occupava una superficie di 76 mila ettari. Negli anni immediatamente successivi, la risicoltura piemontese registrò una progressiva riduzione delle superfici, toccando il minimo nel 1963 – meno di 68 mila ettari -. A partire dal 1970, anno in cui l’Istat effettuò il 2° censimento generale dell’agricoltura, la superficie a riso in Piemonte è sempre aumentata da un censimento all’altro: dai 95.476 ettari registrati nel 1970 si è passati ai 106.630 del 1982 (3° censimento) ed ai 109.958 del 1990 (4° censimento) per giungere ai 110.299 ettari del 2000 (5° censimento) e agli oltre 120 mila ettari del 2010. Oggi il triangolo di terra compreso fra Novara, Vercelli e Pavia produce circa il 60% del totale italiano.

Il riso e la monda

Nel Novecento le risaie del vercellese furono anche luoghi di scontro per il miglioramento delle condizioni di lavoro. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ogni anno, durante il periodo di allagamento dei campi – effettuato dalla fine di aprile agli inizi di giugno per proteggere le delicate piantine del riso dallo sbalzo termico tra giorno e notte – per la campagna risicola migliaia di donne giungevano nel Vercellese e nel Novarese, dove la mano d’opera locale non era sufficiente. Il lavoro consisteva nel trapianto delle piantine (trapiantè, in piemontese) e nell’estirpare le piantine che infestavano la risaia soffocando la normale crescita del riso (la monda, mundè).

Per la monda, le donne curve su sè stesse con piedi e mani in acqua toglievano le erbe infestanti camminando una a fianco dell’altra.
Ove invece si praticava il trapianto, le donne – sempre andando una a fianco all’altra – piantavano con il dito nel terreno sommerso dall’acqua le piantine di riso camminando all’indietro.

Le condizioni di lavoro, a causa del caldo-umido e della presenza di insetti, potevano essere causa di malattie professionali quali reumatismi e malaria. Inoltre, le mondine ricevevano una retribuzione inferiore a quella degli uomini. Quando nei primi anni del Novecento vengono istituite le Camere del Lavoro e cominciano i primi scioperi bracciantili, la manodopera addetta alla monda del riso conta circa 130.000 addetti, di cui due terzi sono donne. Le mondine furono in prima fila nel guidare la protesta per il miglioramento delle ingiuste condizioni di lavoro.
Nel corso del Novecento, poi, con i diserbanti fu possibile evitare il lavoro della monda.

La coltivazione del riso a Lucedio e il riso ‘Principato di Lucedio’

Il paesaggio in cui oggi si trova il principato di Lucedio e in cui viene coltivato il riso principato di Lucedio è molto cambiato nel corso dei secoli.

All’inizio del XII secolo la pianura vercellese a nord del Po era in gran parte coperta da boschi, boscaglia, brughiera, terreni paludosi.
Il paesaggio era quindi molto diverso da come lo vediamo ora. I Cistercensi probabilmente al principio allevarono maiali, poi ovini, e, per questi ultimi – di cui furono allevatori su vasta scala: le concessioni di transito parlano di greggi di oltre seicento capi ciascuno – si diedero a creare spazi sottraendoli ai boschi e ad altri terreni inadatti al pascolo. Il riso inizialmente era probabilmente destinato a essere pianta officinale piantata nel chiostro; poi i monaci si resero conto che funzionava bene anche in campo aperto. Forse già nel Trecento, si arrivò a coltivare a riso centinaia di ettari.

Oggi “Principato di Lucedio" è un’azienda che occupa oltre 500 ettari. Il complesso architettonico dell’Abbazia fa parte del Bosco delle Sorti della Partecipanza, Parco Regionale del Piemonte che protegge uno dei pochi boschi di foresta planiziale rimasti.
Il processo di produzione del riso Principato di Lucedio, a basso impatto ambientale, e il confezionamento, senza conservanti in atmosfera modificata, garantiscono ai prodotti qualità nutrizionali elevate. Fra le varietà coltivate, troviamo il Carnaroli e l’Arborio, tipicamente impiegate per la preparazione di risotti, e varietà più moderne come ad esempio il Selenio, utilizzato per preparare il Sushi.

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